L' AMACA di Michele Serra
sabato 7 novembre 2009
Mentre sfaccendo per casa con la tivù accesa, come il casalingo di Voghera, sento Sgarbi urlare in sottofondo. Non so in che trasmissione, non so a proposito di che cosa. Sgarbi che urla è come Mina che canta, come la sigla del meteo, come Mike che invoca "allegriaaaa!". È un rumore domestico, una consuetudine familiare. Interrompo per un istante le mie cure quotidiane e rifletto, quasi affettuosamente, sulle origini oramai remote di quel suono. Sgarbi cominciò a urlare quando ancora ero giovane, quando i miei genitori non mi avevano ancora lasciato, quandoi miei figli non erano nati. Urla dunque da generazioni, è un urlo temprato e duraturo, è un urlo - come dire - della classicità. Direi che le successive urla, e i successivi urlatori, sono appena degli emuli, e gli sono tributari come gli allievi al maestro. L' urlo di Sgarbiè il nostro urlo di Munch, segna il tardo Novecento e approda con sicurezza nel terzo Millennio, è la traduzione televisiva del rudimentale sbraito pre-mediatico, che si perdeva in breve nelle foreste, nei campi, nei duelli, nelle bettole fumiganti. Si perderanno l' uno dopo l' altro i contesti e i pretesti di quell' urlo: nessuno, tra i posteri, si chiederà perché mai Sgarbi urlasse. Ma tutti avranno nelle orecchie quel clangore insieme umano e metallico che a tratti echeggia tra le mura di casa. Ci si addormenteranno i bambini.
(da "La Repubblica" di venerdì 6 novembre 2009)
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