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Facciamo ancora il tifo per voi

lunedì 19 luglio 2010


Sono passati 18 anni. All'epoca eravamo ancora bambini, appena adolescenti. Quell'età in cui il mondo ti si schiude davanti, in cui la vita la guardi ancora con gli occhi dell’innocenza. Ma anche l'età in cui, se accadono cose che ti impressionano, te le ricordi per tutta la vita... Così avvenne in quel tragico 1992: per la prima volta la parola "mafia" entrò nel nostro vocabolario con la violenza delle immagini che tv e giornali proponevano con una frequenza quasi da bollettino di guerra mostrando crateri, detriti, fiamme, sirene...

Erano le stragi di mafia, quelle con cui i Corleonesi, messi alle strette dal pool antimafia di Palermo e dal maxiprocesso nell'aula-bunker dell'Ucciardone, attaccarono l'impianto democratico dello Stato. Si incominciò il 23 maggio a Capaci dove persero la vita Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta. Poi fu la volta di via d'Amelio, il 19 luglio, dove morirono Paolo Borsellino e cinque agenti, fra cui Emanuela Loi, prima donna a far parte di una scorta uccisa in servizio. Seguirono ancora la strage di via dei Georgofili a Firenze, la bomba al Padiglione di Arte Contemporanea di Milano, i due attentati a Roma (a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio al Velabro).

Quella catena di sangue e morte scosse l'Italia intera travolta dall'indifferenza di chi pensava, e magari pensa ancora, che la mafia sia un fenomeno solo siciliano.
Le cronache di oggi ci dicono purtroppo che la criminalità organizzata, nelle sue diverse forme, è sbarcata anche al Nord.

All’epoca furono i lenzuoli bianchi stesi ai balconi di Palermo a testimoniare la protesta e il disgusto per quelle morti ingiuste. In quel modo i palermitani volevano dimostrare la loro rabbia e la loro voglia di liberarsi dall'oppressione mafiosa. E se qualcosa è cambiata nella coscienza dei siciliani lo si deve anche a persone come Falcone e Borsellino e alla reazione alle loro esecuzioni.

Oggi, invece, c'è bisogno di uno scatto d'orgoglio nel resto del Paese. Giovanni Falcone definì la mafia “come un fenomeno umano e come ogni fenomeno umano è destinato a finire”. Forse dovremmo essere un po' tutti meno increduli e disorientati, forse dovremmo essere tutti più capaci di indignarci, di reagire quando i diritti sono calpestati, quando la giustizia viene meno...

«È finito tutto!». Questo fu lo straziante commento di Antonino Caponnetto davanti alle telecamere subito dopo la strage di via d'Amelio. Il magistrato che fu a capo del pool antimafia si riprese in fretta dal momento di sconforto per la perdita dei due amici e, nonostante l'età e i problemi di salute, continuò il suo impegno contro la mafia partecipando a lezioni sulla giustizia nelle scuole, concedendo molte interviste, promuovendo convegni.

A darci un'idea di quale dovrebbe essere l'impegno di ciascuno di noi sono le parole pronunciate da Paolo Borsellino durante la Trigesima di Giovanni Falcone, il 23 giugno 1992, nella Chiesa di San Domenico: «Ricordo la felicità di Falcone, quando in un breve periodo d’entusiasmo, conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta, mi disse: "la gente fa il tifo per noi". E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l’appoggio morale della popolazione dà al lavoro del giudice. Significava soprattutto che il nostro lavoro, il suo lavoro, stava anche sommovendo le coscienze, rompendo i sentimenti di accettazione della convivenza con la mafia, che costituiscono la sua vera forza. Sono morti per tutti noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera; facendo il nostro dovere, rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici, rifiutando di trarre dal sistema mafioso i benefici che potremmo trarre (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro); collaborando con la giustizia, testimoniando i valori in cui crediamo, in cui dobbiamo credere, anche dentro le aule di giustizia; troncando immediatamente ogni legame di interesse, anche quelli che ci sembrano più innocui, con qualsiasi persona portatrice di interessi mafiosi, grossi o piccoli; accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità di spirito».

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