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50 anni senza il "Campionissimo"

sabato 2 gennaio 2010

“Un uomo solo è al comando; la sua maglia è biancoceleste; il suo nome è Fausto Coppi”. Con queste parole che hanno dell'epico, Mario Ferretti, voce del Giro d'Italia in un tempo in cui nel Paese non c'era ancora la tv, aprì la radiocronaca della Cuneo-Pinerolo, terz'ultima tappa della corsa rosa dell'edizione del 1949: Fausto Coppi giunse primo dopo i 254 km della gara e indossò la maglia rosa che tenne fino alla conclusione del Giro a Monza. Manco a dirlo, il secondo classificato della 32^ edizione del Giro fu Gino Bartali (a poco meno di 24 minuti).

Cinquant'anni fa, il 2 gennaio 1960, il "Campionissimo" se ne andava, intraprendendo l'ultima fuga della sua vita, stroncato dalla malaria che lo colpì in una battuta di caccia nella boscaglia attorno ad Ouagadougou dopo una corsa nell’Alto Volta, organizzata per festeggiare l’indipendenza del paese. E il 5 maggio saranno trascorsi 10 anni dalla morte di Gino Bartali.

In un articolo publicato da Repubblica, così Gianni Mura ricorda Coppi e la sua rivalità con Bartali: «Il rischio, quando si parla di Coppi, è che tutto è leggenda ed è facile, parlandone da morto, dire che ad entrare nella leggenda era predestinato. L'infanzia contadina, la bici come fuga e lavoro, le vittorie precoci (il primo Giro da gregario, presunto, di Bartali, nel 1940, attaccando proprio sull'Abetone, la montagna del rivale). E poi gli anni di prigionia in Africa, il ritorno alle corse, la Sanremo del '46 in capo a 147 km di fuga, iniziata sul Turchino, il Giro del '49 con la mitica Cuneo-Pinerolo: 192 km di fuga scalando cinque colli (Maddalena, Vars, Izoard, Monginevro e Sestriere), Bartali secondo a 11'52" e, alla fine, a 23'47". Fu la prima accoppiata Giro-Tour, nel '49. Esaltante perché a St. Malo, causa una caduta e un crollo di fiducia, Coppi era dietro di 36'35" rispetto a Marinelli, un italiano di Francia. Seduto sul bordo del marciapiede, in attesa che Binda arrivasse con la bici di riserva, Coppi continuava a dire "basta, voglio andare a casa" e solo le insistenze dei gregari (e di Bartali) lo indussero a ripartire. A Parigi vinse con 10'55" su Bartali, fedele alleato e 25'13" su Marinelli, al quale recuperò un'ora abbondante.
Coppi, senza Bartali, non sarebbe diventato Coppi. L'Italia dello sport ha sempre avuto fame di dualismi, e un dualismo migliore non si poteva immaginare. Il vecchio e il giovane (anche se la differenza era di 5 anni), il bianco e il rosso (Coppi in realtà votava come Bartali, insieme avevano firmato un manifesto pro-Dc prima delle elezioni del '48), il chiacchierone e il taciturno, l'uomo di ferro e l'uomo di cristallo (13 fratture nella carriera di Coppi). Il fedele fino alla morte alla moglie Adriana, l'adultero che lascia la moglie Bruna e la figlia Marina per Giulia Occhini, moglie del suo medico, nota come Dama bianca. Lei in carcere ad Alessandria, poi in soggiorno obbligato ad Ancona. Le nozze in Messico, il "figlio della colpa" nato in Argentina. È questa svolta nella vita sentimentale che contribuisce all'immagine (errata, ripeto) di un Coppi di sinistra. La si sarebbe potuta ribaltare, in base ad alcune caratteristiche. Coppi era timido, parlava poco, quando vinceva per distacco non alzava mai le braccia, sorrideva raramente ed era un sorriso triste, quasi a scusarsi di aver staccato tutti. Era più esigente coi gregari, ma non dispotico. Mi ha raccontato Alfredo Martini che alla partenza di un Tour stava male, era in coda al gruppo, e fu Coppi in persona a lasciarsi sfilare per passargli una borraccia d'acqua. "Ricambierai quando starai bene", disse, e tornò verso la testa del gruppo. Bartali, il riparatore di ingiustizie, aveva voce e modi da capopopolo, ma si sapeva che era terziario carmelitano e devoto di santa Teresa. Suo padre Torello, sterratore, era socialista convinto. Coppi tifava Torino, Bartali Juventus, ma solo perché i colori della maglia erano quelli del suo paese, Ponte a Ema, prima che l'inglobasse Firenze. Sia a Bartali sia a Coppi era morto un fratello ciclista in conseguenza di una caduta. Nel '39 Giulio Bartali, nel '51 Serse Coppi, miglior amico di Bartali quando tirava tardi alla vigilia delle corse, bevendo vino rosso e fumando Nazionali senza filtro (Gauloises quand'era in Francia). Coppi, mai fumato e i soli strappi (ostriche e champagne) lontano dalle corse. (...)
La predestinazione di Coppi al mito, ancora, sta nella sua morte precoce dovuta a malasanità, si direbbe oggi. Una malaria scambiata per influenza, all'ospedale di Tortona. Pare che Coppi volesse tornare dalla moglie Bruna. Bartali e Magni ne erano convinti. Brera era convinto che Coppi si fosse lasciato morire, avendo chiesto troppo al suo fisico delicato. Bartali aveva ingaggiato Coppi come balia del promettente Romeo Venturelli, alla San Pellegrino. C'è un filmato in cui i due campioni si sfottono, al Musichiere, sull'aria di "Come pioveva", con Bartali che allude alle tante pastiglie prese da Coppi e Coppi sta al gioco. Impensabile oggi, ma nel '59 si poteva scherzare anche sul doping. E si poteva morire di malaria il 2 gennaio 1960, morte assurda che garantisce immortalità».

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Spillato dal Caña Team alle 08:00 -

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