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Speciale Estate: In missione con Andrea

venerdì 4 agosto 2006

Nuova e-mail di Andrea dall'Argentina; oggi si ricordano i trent'anni dell'assassinio di Mons. Angelelli, "il Romero dell'Argentina".
Eccoci una traduzione della biografia iniziale, presente nel libro in foto:
"Il 4 agosto ricorrono i 30 anni dall'assassinio di Mons. Enrique Angelelli, vescovo di La Rioja e figura indiscussa dei settori più progressisti della Chiesa. Il Papa Paolo VI lo aveva nominato l'11 luglio del '68. Nel suo stemma episcopale scrivette il tema al quale conformò tutta la sua pastorale: «GIUSTIZIA E PACE». Una sua frase famosa era: «Per servire, bisogna tenere un occhio attento al Vangelo e l'altro al popolo».
Angelelli si convertì nel simbolo della lotta contro un regime violento, nel simbolo di un'idealista incapace di favorire l'odio. Fu assessore della GiOC ( Gioventù Operaia Cristiana ) e della GiUC ( Giovantù Universitaria Cattolica ). Gli operai e gli universitari lo ricevevano cantando in coro: «Monse- Monse- Monseñor !», provocando il suo sorriso ampio e franco, felice di trovarsi in mezzo a loro che tanto amava. Dette impulso all'evangelizzazione del mondo del lavoro, cercando negli insegnamenti di Gesù nel Vangelo le risposte concrete ed effettive ai problemi dei lavoratori e le sue relazioni coi padroni.
«Sono solo tra i miei fratelli vescovi argentini».
L'assassinio di due sacerdoti suoi collaboratori gli faceva ripetere: «Dopo tocca a me»... Era in viaggio con un altro sacerdote da Chaminal a La Rioja, quando un altro veicolo guidato da tre militari, li affiancò e li chiuse bruscamente. Il FIAT 125 su cui viaggiavano si ribaltò. Il suo corpo fu ritrovato a 25 metri dal veicolo.

Enrique Angel Angelelli era nato nel barrio San Martin, a Cordoba, provincia identificata per il suo paeseggio montagnoso, ubicata nel centro dell'Argentina. In una cava di calce nella zona di Cordoba, in presenza dei padroni, Angelelli preferì celebrare la messa dei lavoratori. Davanti ad un conflitto lavorativo in una fabbica di pile, i sacerdoti appoggiarono le richieste dei lavoratori. Gli impresari speravano che Angelelli, vescovo ausiliare, frenasse i parroci. Li ascoltò pazientemente in silenzio. Quando terminarono gli disse: «Guardate, se questa ingiustizia continua, un giorno saremo giunti nel medesimo muro: voi i padroni e noi i sacerdoti. Voi, per non aver praticato la giustizia sociale. Noi, per non averla saputa difendere». Angelelli era cosciente che il problema cruciale della Rioja era la scarsezza delle fonti di lavoro e che gli abitanti emigravano in cerca di occupazione. Sapeva anche che esistevano grandi estensioni di terra improduttiva e abbandonata dai suoi proprietari.
Angelelli scoprì che nella Rioja i salari erano bassi e i lavoratori non erano iscritti alla sicurezza sociale. Allora la Chiesa spinse per un'ispezione della segreteria del lavoro e della sicurezza sociale per determinare le condizioni nelle quali si stava lavorando.
Come risposta il 27 agosto del '72 furono arrestati due dei suoi sacerdoti, sotto l'accusa di detenzione di armi ed esplosivo della guerriglia. Angelelli cominciò la messa e, al momento dell'Offertorio, la interruppe e si diresse con i sacerdoti e il popolo a protestare davanti ai giudici del Tribunale Superiore di Giustizia della provincia. Osservando la falsità delle accuse, i sacerdoti furono liberati. Angelelli soffriva:
«La liberazione di un popolo e della sua Chiesa è come una cipolla», diceva. «Le tolgono una scorza e ne tiene un'altra sotto».
Soffriva con la sua gente, però non si perse d'animo. Un giornale lo accusava di essere "comunista e marxista", "sovversivo" e "guerrigliero". Vari amici consigliarono a Angelelli che si allontanasse per un po' o di andare all'estero. Però egli respinse completamente questa possibilità : «È me che cercano, se me ne vado, vanno a uccidere le pecore».
Come Gesù la notte che lo catturarono, Angelelli aveva piena coscienza che la sua ora si avvicinava.
Affrontò la morte con la serenità e la certezza di aver operato come doveva: «Se mi uccidono è perchè, per il Signore, la mia opera è terminata»."

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